La Sardegna di oggi per la Memoria di domani
 

E Grazietta benedì l’odiato Niceforo

I sardi non glielo avrebbero mai perdonato di averli catalogati come “razza delinquente” e lo inserirono al primo posto della lista dei continentali maligni. In effetti, diverse brutte cose il criminologo e antropologo siciliano Alfredo Niceforo le aveva scritte nel suo La delinquenza in Sardegna. Aveva parlato dei sardi come di una razza pigmea, microcefala ed elettrocefala e, ciliegina sulla torta, di sicura origine africana. Aveva anche ritagliato, all’interno dell’Isola, i confini di una “zona delinquente”. La Barbagia, principalmente, più alcuni contorni dell’Ogliastra e del villacidrese: “Un mondo a tipo criminoso – scriveva – una società non completamente evoluta in tutte le sue parti e nella quale si manifestavano come reati specifici i reati propri delle società primitive, vale a dire l’omicidio, il furto, la grassazione”. Secondo Niceforo, la “zona delinquente” si era a un certo punto distaccata dal cammino evolutivo della civiltà umana, atrofizzandosi, per così dire. Il “reo barbaricino” ripeteva comportamenti e credenze formatisi all’alba della storia e lo faceva – questo il punto centrale dell’analisi – rispondendo a impulsi che facevano parte del suo bagaglio biologico, “razziale”. Ovvia a questo punto l’identificazione del “reo barbaricino” col pastore barbaricino, dedito all’abigeato e una catena di delitti che portava fatalmente – fatalmente è la parola chiave – all’omicidio.

Insomma, i lettori sardi di La delinquenza in Sardegna – che fu pubblicato nel 1897, quando Niceforo aveva 21 anni – avevano molte ragioni per ritenersi offesi. Ci furono reazioni indignate e scomposte, ma anche controanalisi che individuavano le origini della recrudescenza criminale di quegli anni in un ambito diverso. Egidio Castiglia, sassarese, più tardi amministratore delle miniere di Ferruccio Sorcinelli, pubblicò nel 1899 un memoriale, Undici mesi nella zona delinquente, nel quale affacciava l’ipotesi che la causa principale andasse individuata nell’invio in Sardegna in domicilio coatto di una massa consistente di “disoccupati, barabba, e camorristi” provenienti dalle regioni meridionali. Un’analisi che sottraeva l’Isola all’accusa infamante di essere abitata da una “razza maledetta” e, contemporaneamente, apriva le porte a un energico intervento dello Stato. Perché, qualunque fosse l’origine, il problema c’era. Pochi anni prima dell’uscita del libro di Niceforo, c’era stata la bardana di Tortolì, un centinaio di uomini a cavallo che avevano tenuto sotto assedio per ore un paese intero, uccidendo un carabiniere e un possidente locale. Il problema, insomma, non solo c’era, ma era drammatico. E questo forse spiega perché uno tra i sardi più illustri e rappresentativi – nientemeno che Grazia Deledda – di Alfredo Niceforo aveva parlato bene. Fino a dedicare a lui e a Paolo Orano, altro antropologo di scuola lombrosiana, un romanzo. Certo, la Deledda la dedica di La via del male l’aveva scritta nel 1896, un anno prima che il libro di Niceforo uscisse, ma ben avvertita, dopo un incontro con Paolo Orano, delle idee di fondo dei due allievi di Cesare Lombroso e convinta come loro che il male avesse origini in forze primordiali e oscure. In fondo la univa ai due studiosi la volontà di portarle alla luce, quelle forze oscure.

Negli anni successivi, Niceforo in parte si fece scusare per le considerazioni razziste riservate ai sardi. Lo stesso sguardo severo che, in quella sua inchiesta d’esordio, aveva rivolto alla Sardegna lo estese a tutto il Meridione. Con l’intenzione, tutt’altro che disprezzabile, di capire le radici storiche dell’arretratezza economica e sociale di così ampie regioni del Paese. Aveva iniziato, rozzamente, chiedendo risposte ai compassi con cui aveva misurato i crani dei sardi. Ma le domande erano molto meno rozze dei metodi. Che, per altro, si affinarono decisamente col Niceforo maturo.

Luciano Marrocu